
Fin da queste prime parole si intuisce la natura anomala dell’esperienza letteraria di Jane Auer Bowles, la cui vita e opera è oggetto dell’analisi di Marisa Albanese.
Jane Auer nacque a New York nel 1917 da una famiglia della borghesia ebraica e sposò a ventun’anni lo scrittore Paul Bowles, che diventerà famoso per il romanzo “The Sheltering Sky”, da cui Bertolucci ha tratto la pellicola “Il tè nel deserto.” Jane e Paul, vittime di quel nomadismo geografico, maledetto, esistenziale e sessuale allo stesso tempo, dopo aver a lungo girovagato si stabilirono a Tangeri, che di lì a poco sarà meta preferita della beat generation americana. Tra rapporti saffici, alcol e feste scatenate nella villa di Barbara Hutton, il male di vita diventa un male essenziale, essenziale poiché stimolo ad una ricerca spasmodica di emozioni che non fu mai fine a se stessa, ma raffinato strumento di conoscenza interiore. Da Jane Auer Bowles a Marisa Albanese: le due donne si incontrano al limite della maledizione (in senso antiborghese) di entrambe, che è stata letteratura per la prima ed é l’arte per la seconda. Marisa affronta in maniera radicale l’anomalia di Jane, cogliendo quei delicati passaggi della sua vita che trasformano tale anomalia in esperienza letteraria, fino al compimento del destino di dissoluzione finale in una clinica psichiatrica di Malaga, dove la scrittrice muore, in assoluta povertà, il 4 maggio del 1973. Il percorso della Albanese, come quello di Jane Auer, si struttura attraverso il viaggio, concetto questo su cui l’artista napoletana lavora già da anni, un viaggio che è geografico ed interiore: ogni opera segna l’approccio ad un luogo e a una dimensione spirituale diversa, e all’interno di ogni opera Marisa Albanese costruisce un percorso di immagini, un ipertesto, tratto da film cult, sicché cinema e letteratura, come arte e vita, si fondono in un indissolubile connubio. L’incontro tra le due donne, Marisa e Jane, avviene innanzitutto nei luoghi di Jane; l’opera “Viaggio a Tangeri” è composta da otto cartoline con immagini dei luoghi e con le date corrispondenti al tempo in cui Jane vi ha vissuto. Marisa ricostruisce così il viaggio di Jane focalizzandosi su quegli spazi, geografici ed interiori, che hanno trasformato spiritualmente la scrittrice. Nel secondo step di questo percorso, l’opera “The Thin Line”, la Albanese recupera un’edizione vintage della commedia di In the Summer House, e tra le pagine inserisce fotografie di Jane Auer costruendo un ipertesto dove le immagini dialogano con frasi pronunciate dai protagonisti della commedia, secondo un preciso flusso di coscienza. Nell’opera “Un minimo cenno”, l’epistolario di Jane Auer si arricchisce con immagini tratte dal film il Tè nel deserto. Nel romanzo di Paul Bowles, il protagonista centrale era lei, Kitty, ritagliato su Jane. Un gioco di specchi dunque, dove personaggi rincorrono personaggi, sullo sfondo dell’esilio a cui la coppia Bowles Auer si autocondannò, ripiegando in Marocco nell’immediato dopo guerra. Con l’opera “Il volto naturale”, Marisa Albanese entra nel profondo della personalità di Jane, analizzando l’anticonformismo e il disagio, all’interno degli schemi borghesi, di Christine e Frieda, protagoniste del romanzo di Jane Bowles Two serious Ladies, in italiano Due signore per bene. Ecco che un’edizione vintage del suddetto romanzo si impreziosisce con i frames di 5 film cult, tra cui "Il fascino discreto della Borghesia", l’"Età dell’innocenza"… evidenziando ancora una volta, nella personalità di Jane, gli aspetti più anticonvenzionali. Il quarto step del percorso di Marisa Albanese è il presentimento della fine con l’opera “Monologhi”, in cui l’artista interfaccia, in una preziosa edizione del racconto Camp Cataract, immagini a raggi infrarossi come da una visione notturna; il presentimento di un qualcosa di inquietante che sta per accadere è anche metafora dell’esser disfunzionali, e incapaci di adattarsi al mondo dei personaggi del racconto della Auer. Completano l’opera un monologo scritto dall’artista, ricucendo frasi della stessa Auer, e le pagine iniziali di un racconto epistolare, scritto da un anonimo gallerista su Jane Bowles, e ricopiate da Marisa Albanese sulla copertina dell’opera-libro. Dal presentimento della fine si giunge alla fine del viaggio, con l’opera “Builder’s book”, un libro di pagine bianche e nere, un ramo in bronzo che vi si avvolge, scrivendo idealmente un testo invisibile sulle pagine vuote. “Ogni artista lascia allo sguardo di chi seguirà dei piccoli mattoni, sui quali chi vorrà potrà poi costruire la propria arte.” E con queste parole Marisa Albanese firma l’epilogo della mostra.
La mostra sarà visitabile tutti i giorni dal 10 al 17 aprile ai seguenti orari: 9/13 e 14/19. Dal 18 aprile al 18 maggio su appuntamento.