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La densità del vuoto. Gli anni ’70 dell’Arte

La Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, nella sede del rinascimentale Palazzo Bisaccioni nel centro storico di Jesi, continua la sua attività espositiva e, dopo le mostre degli ultimi due anni dedicate ad Osvaldo Licini, alla Scuola Romana e al Futurismo, presenta l’esposizione La densità del vuoto. Gli anni ’70 dell’Arte, dedicata a quel decennio che ha cambiato radicalmente il modo di concepire l’arte in Italia e non solo.

La mostra, organizzata in collaborazione con la Galleria d’Arte Gino Monti di Ancona, vuole dare uno spaccato di quelli che sono stati gli anni ’70 nel mondo dell’arte, analizzando il fenomeno dell’arte concettuale attraverso gli artisti che ne hanno fatto parte - dai protagonisti storici del concettuale negli Stati Uniti quali Joseph Kosuth e Sol Lewitt e in Italia come Alighiero Boetti e Gino De Dominicis, agli esponenti dell’Arte Povera da Kounellis a Pistoletto a Zorio, fino ad arrivare ad Ontani – con la volontà di rendere lo straordinario fermento di ricerca che ha percorso quegli anni.

Una mostra corale che racconta le sfaccettature, le similitudini e le differenze di molti degli artisti che lavorarono a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, con l’obiettivo di ricostruire l’intenso scenario artistico e culturale che animò quel periodo, tra figure di spicco, outsider, personalità più isolate ma non per questo meno innovative, le loro relazioni intellettuali e di amicizia, che portarono la scena artistica italiana, per la prima volta dopo molto decenni, a conquistare la ribalta internazionale.

Basti citare la mostra del 1969 alla Kunsthalle di Berna When Attitudes Become Form in cui l’opera di Boetti Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969 è allestista sul pavimento insieme alle opere di Bruce Nauman e Barry Flanagan, Jannis Kounellis espone i suoi sacchi di grano sulle scale e Mario Merz il suo Igloo con Albero. Solo qualche mese prima Giovanni Anselmo e Gilberto Zorio partecipano ad una mostra al di là dell’Oceano presso la Galleria di Leo Castelli a New York insieme ai loro colleghi americani.

Questi artisti stavano reiventando il linguaggio delle arti visive senza schematismi, definizioni o preconcetti, utilizzando con disinvoltura differenti tipi di tecniche e materiali, superando i tradizionali mezzi espressivi e privilegiando il processo mentale che precede l’esecuzione, nel quale l’opera è già compiuta.

Il titolo e concept della mostra ‘La densità del vuoto’ può essere riassunto nelle parole di Germano Celant che, in una recente intervista per La Repubblica, afferma: "‘Arte Povera’ è un'espressione così ampia da non significare nulla. Non definisce un linguaggio pittorico, ma un'attitudine. La possibilità di usare tutto quello che hai in natura e nel mondo animale. Non c'è una definizione iconografica dell'Arte Povera".
L’arte concettuale ha indagato l’essenza delle cose e le relazioni tra esse ed è stata sinonimo di libertà e sperimentazione, partendo dalla demistificazione di tutte le pratiche rappresentative.

In mostra a Jesi i rappresentanti dell’Arte Povera - Anselmo, Kounellis, Zorio, Pistoletto, Boetti, Calzolari solo per citarne alcuni – che sfuggono ad una definizione stringente, affrontando poetiche diverse e personali, accomunate però da una tendenza essenzialmente concettuale, che mette in atto il processo della riduzione: dal monocromatismo di Castellani, agli acciai di Pistoletto che non riflettono altro che la realtà circostante, a Jannis Kounellis e Gilberto Zorio che auspicano attraverso la creazione artistica un incontro tra natura e cultura nella coscienza dell'uomo.
Giulio Paolini, caso unico nel panorama concettuale, propone una continua meditazione dell'arte sull'arte basata sul sistema delle immagini e più precisamente della visione. E ancora Enrico Prini un vero e proprio outsider, personaggio schivo e riservato, che ha lavorato confrontando le regole della fisica e la singolarità̀ della visione.
A fianco a Sol Lewitt e Joseph Kosuth – di cui sarà esposto un frammento dalla celebre installazione pubblica Text/Context (1977‐1979) – ci sarà anche Joseph Beuys, altra figura chiave per cui l’arte diviene il mezzo per plasmare la realtà e l’artista è tutt’uno con la sua opera, volendo generare consapevolezza critica nel pubblico e suscitare in ognuno una personale percezione del valore dell’arte.

Presenti nel percorso espositivo artisti marchigiani – di natali o di elezione - a confermare una delle mission principali della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, ossia la valorizzazione e promozione del territorio. Partendo da Gino De Dominicis, nato ad Ancona nel 1947, e Eliseo Mattiacci, originario di Cagli, c’è Ubaldo Bartolini artista maceratese che sposa l’arte concettuale nella sua prima produzione e Claudio Cintoli trasferitosi nella prima infanzia a Recanati, città in cui tornerà sempre, fino ad arrivare a Pierpaolo Calzolari che vive e lavora tra Fossombrone e Lisbona.

In mostra operedi Getulio Alviani, Pierpaolo Calzolari, Mario Ceroli, Michelangelo Pistoletto, Ben Vautier, Mimmo Rotella, Umilio Prini, Daniel Bauren, Joseph Kosuth, Gino De Domicinis, Claudio Cintoli, Ubaldo Bartolini, Joseph Beuys, Vettor Pisani, Alighiero Boetti, Enrico Castellani, Ettore Spalletti, Gilberto Zorio, Jannis kuonellis, Sol Lewitt, Hidetoshi Nagasawa, Luigi Onta



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